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Postepay: problema con pagamento all’estero

Postepay: problema con pagamento all’estero

Volevo riferirvi di quanto mi è accaduto. Ero tra gli utilizzatori soddisfatti della Postepay limitatamente a ricariche di cellulare e pagamenti di abbonamenti per qualche gioco online (niente poker o azzardo ma videogiochi piuttosto famosi) e mai utilizzata su bancomat e sempre tenuta religiosamente a casa.

Dunque, prima di partire per le vacanze, mi azzardo a eseguire una ricarica di 1.000 euro. Arriva il momento fatidico dell’esperimento.

Siamo di fronte a un bancomat in Thailandia, e trionfalmente esordisco con un “provo io”: inserisco, digito la cifra desiderata e mi trovo di fronte alla scritta “disponibilità insufficiente”.

Ipotizzo che ci sia un limite di qualche tipo e abbasso la cifra.

Niente… Provo un altro circuito bancario: ancora nulla. Inizio a preoccuparmi.

Vado in un bar all’interno del centro commerciale, prendiamo un gelato e provo a pagare con la carta.

Di nuovo: disponibilità insufficiente. Immaginate la mia espressione.

A questo punto il terrore mi assale e approfittando della connessione internet di un parente di mia moglie mi collego al sito di Poste per vedere il residuo.

Mi appare una cifra quasi incomprensibile: 9 euro e spiccioli.

Controllando i movimenti appaiono magicamente 6 operazioni eseguite a distanza di 1 minuto l’una dall’altra e tutte a favore dell’ente dell’energia elettrica messicana.

Totale operazioni: 952,17 euro.

Non sapendo più che fare compongo il numero di assistenza Poste (a pagamento dall’estero) e la signorina mi dice che devo fare denuncia, poi recarmi all’ufficio postale e compilare un modulo di disconoscimento delle operazioni.

E preparare un resoconto delle operazioni evidenziando quelle fraudolente e spedire tutto per raccomandata.

Così appena tornato in Italia e fatta la denuncia alla polizia postale (qui sono subito stato accolto da un rassicurante “mi sa che lei i soldi qui non li vede più”) mi reco all’ufficio postale con tutta le documentazione.

L’esito delle indagini delle poste mi arriva il 30 maggio con la frase che temevo di leggere: “Siamo spiacenti di comunicarle di non poter procedere al rimborso”.

Inutile dire che non ho contatti, né sono stato in vacanza in Messico. Come posso fare per avere indietro il maltolto, oltre che la serenità che mi ha tolto un servizio come quello di Poste con questa risposta così dal sapore di copia/incolla/spedisci senza ulteriori chiarimenti?

Quello che è accaduto al nostro lettore è un chiaro caso di clonazione della carta di credito, un furto dei codici che consentono a chi ne viene in possesso di utilizzare la carta come “meglio” crede.

Non stiamo parlando di un fenomeno raro, ma di un fatto molto comune di cui chiunque è vittima potenziale, non solo gli incauti visitatori di pagine internet poco sicure: ci possono clonare la carta anche quando paghiamo gli acquisti in negozio attraverso dispositivi POS o quando ci rechiamo a uno sportello automatico (ATM).

Online è un fiorire di siti che illustrano tecniche per clonare le carte di credito.

Un furto, dunque, per il quale dovrebbe valere lo stesso principio che vale in altri casi: se depositiamo gioielli in una cassetta di sicurezza (i soldi sulla Postepay) e dopo 5 giorni non ci sono più (se ci prelevano i soldi dalla carta), l‘istituto che custodisce la cassetta ci “deve” risarcire.

Con Poste Italiane è d’obbligo il condizionale perché, come scrive il nostro lettore (ma i forum di discussione on line sono pieni di racconti analoghi) alla richiesta di risarcimento accompagnata da prove certe e in confutabili Poste risponde picche.

Come mai? Al nostro lettore, Poste ha risposto così: “Il sito su cui è stato fatto il pagamento Postepay (quello messicano, ndr) è sicuro in quanto il gestore del servizio partecipa ai protocolli ‘3D Secure’. E tale circostanza impedisce di intraprendere qualunque azione verso la banca dove è stata fatta la transazione”.

Dunque, secondo Poste, la clonazione potrebbe addirittura non essere avvenuta, visto che “sono stati correttamente usati i dati in Suo unico possesso per eseguire tali operazioni”.

Una risposta disarmante di cui abbiamo chiesto conto all’azienda che ha preferito non commentare.

È lecito sospettare (per lo meno dalla lunga serie di lamentele che circolano in casi simili) che la risposta sia la stessa per tutti. Cosa significa dire che il sito è sicuro, se il possessore della carta sostiene di non averlo mai visitato, di non essere mai stato in vacanza in Messico e di non avere nessuna necessità di effettuare pagamenti al gestore dell’energia elettrica messicano?

Quanto vale il disconoscimento delle operazioni fatto dal titolare della carta?

Quella di Poste sembra davvero una risposta copia e incolla.

Come dire, una scelta aziendale che nega l’evidenza.

Eppure, molte vittime di casi come questo, Poste Italiane in qualità di “depositaria a titolo oneroso” è tenuta al rimborsodi tutte le somme illecitamente prelevate, anche se sostiene di non essere responsabile e di aver adottato tutte le misure necessarie per evitare il verificarsi della frode.

Anche per le clonazioni del bancomat Postamat vale lo stesso principio. A Poste è, infatti, richiesta una particolare diligenza, superiore alla diligenza media, svolgendo attività professionale.

L’azienda, tuttavia, va dritta sulla sua strada e non intende mollare neppure di fronte alle pressioni delle associazioni dei consumatori, che più volte l’hanno sollecitata a cambiare direzione e a garantire il risarcimento, e alle pronunce dell’Arbitro bancario e finanziario che vanno nella direzione auspicata dai risparmiatori.

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