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Marco Polo: la seconda stagione della serie TV su Netflix

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Marco Polo: la seconda stagione della serie TV su Netflix

In tanti ci pongono la stessa domanda, quando andrà in onda la seconda stagione di Marco Polo?
Il 1 luglio sbarca su Netflix l’intera seconda stagione di Marco Polo, altri dieci episodi sulla vita del mercante esploratore veneziano morto nel 1324.
Si allargano gli orizzonti con l’arrivo di Gabriel Byrne nel ruolo di Papa Gregorio X e l’ex- Bond girl Michelle Yeoh «per aggiungere, promette John Fusco, padre della serie, intrighi, mistero e arti marziali», ma il cuore italiano batte con Lorenzo Richelmy e Pierfrancesco Favino, Marco Polo e il papà Niccolò.

Shakespeare in salsa mongola. Del resto, il potere è un mantello di luce che si paga con la crudeltà, suggerisce già il primo episodio.
E nel buio dei giochi politici, cova la violenza.

Non dovevano vedersi più? «E infatti è un ritorno inatteso, con una nuova dimensione, pubblica e privata», racconta Favino ma ad approfondire è Lorenzo, figlio d’arte, ex de I liceali: «Ora Marco diventa uomo staccandosi da tutti i padri, naturali e non: assume un’identità propria, conosce la fatica delle responsabilità e uno sconvolgimento gli farà capire cosa conti davvero.
La prima serie doveva introdurre lo spettatore in un ambiente così lontano, la seconda sviluppa più a fondo i personaggi». Su tutto, l’ombra di Kublai Khan, a guida di un mondo minacciato dentro e fuori dopo l’annessione dell’impero cinese.
«Marco Polo fa riflettere sul potere in tante sfumature: sesso, famiglia, politica, guerra.
E sui compromessi, anche morali, anche crudeli, richiesti dalle ambizioni.
Non solo: sotto Kublai convivevano etnie e culti diversi, un pianeta aperto ma difficile da controllare.

Viene in mente l’Europa di oggi, magari convinta di avere ancora un ruolo privilegiato nel mondo e che, però, fattori interni ed esterni stanno rivoluzionando».

Paradossi del confronto-scontro culturale, insomma «in un’epoca in cui il web ti fa sentire ovunque ma si fa fatica ad accettare l’idea che le differenze siano ricchezza, non motivo per armarsi».

E intanto, sullo schermo, scorrono scene di caccia (agli animali e agli uomini) girate in Malesia, Ungheria, Slovacchia, nel deserto del Gobi, «sei, sette mesi di set, spiega Lorenzo, recitando in inglese, anche se l’inglese lo puoi studiare seduto, via Skype, come ho fatto io per ottenere questo ruolo.
La vera prova è stata fisica. Recitare è come giocare a rugby».

Fatica individuale in uno sport di gruppo, potremmo dire. Favino non condivide: «No, recitare è come volare in deltaplano. Devi credere che, se ti lanci, non cadi». Ma questo vale anche per la politica. E per la guerra.

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